Abbiamo voluto verificare, prima di intervenire nel merito, l’andamento dei prezzi finali: come sempre i “commercianti cattivi” sono stati presi di mira dai media quali unici responsabili di una situazione economica assai complicata.
Ed ecco che l’aumento di 1 punto percentuale dell’IVA si è trasformato in un “tiro al bersaglio ai commercianti”.
Purtroppo, quello che non si sa è che la maggior parte delle nostre Aziende ha dei listini e dei prezzi imposti, creati molto tempo prima rispetto al momento della vendita e quindi, in questo caso, rispetto al 17 Settembre – data dell’aumento IVA- .
Va da se che il paventato aumento incontrollato dei prezzi – con la scusa dell’IVA – in realtà si è trasformato (nella maggioranza dei casi) in un assorbimento dell’aumento IVA da parte del commerciante al dettaglio, senza quindi imputarlo al cliente finale.
Come anticipato, non abbiamo voluto intervenire prima perché sennò sarebbe sembrata una difesa d’ufficio nei confronti della categoria, poco credibile.
Interveniamo ora per far capire agli interlocutori che se i commercianti avessero dovuto effettivamente ragionare su un aumento dei prezzi finali, non sarebbe stato di certo l’1% di IVA il “casus belli”, bensì tutte quelle spese fisse di gestione che in questi ultimi tempi sono aumentate a dismisura (un esempio su tutte, la TARSU che ha visto aumenti importanti in tutta la provincia).
Non mi sembra, infatti, che ad un aumento del 35% della TARSU sia coinciso un proporzionale aumento dei prezzi dei beni venduti. Le spese, è sotto gli occhi di tutti, continuano ad aumentare: ciò nonostante i prezzi rimangono “svincolati” rispetto agli aumenti, per favorire gli acquisti.
Ed ecco che l’aumento di 1 punto percentuale dell’IVA si è trasformato in un “tiro al bersaglio ai commercianti”.
Purtroppo, quello che non si sa è che la maggior parte delle nostre Aziende ha dei listini e dei prezzi imposti, creati molto tempo prima rispetto al momento della vendita e quindi, in questo caso, rispetto al 17 Settembre – data dell’aumento IVA- .
Va da se che il paventato aumento incontrollato dei prezzi – con la scusa dell’IVA – in realtà si è trasformato (nella maggioranza dei casi) in un assorbimento dell’aumento IVA da parte del commerciante al dettaglio, senza quindi imputarlo al cliente finale.
Come anticipato, non abbiamo voluto intervenire prima perché sennò sarebbe sembrata una difesa d’ufficio nei confronti della categoria, poco credibile.
Interveniamo ora per far capire agli interlocutori che se i commercianti avessero dovuto effettivamente ragionare su un aumento dei prezzi finali, non sarebbe stato di certo l’1% di IVA il “casus belli”, bensì tutte quelle spese fisse di gestione che in questi ultimi tempi sono aumentate a dismisura (un esempio su tutte, la TARSU che ha visto aumenti importanti in tutta la provincia).
Non mi sembra, infatti, che ad un aumento del 35% della TARSU sia coinciso un proporzionale aumento dei prezzi dei beni venduti. Le spese, è sotto gli occhi di tutti, continuano ad aumentare: ciò nonostante i prezzi rimangono “svincolati” rispetto agli aumenti, per favorire gli acquisti.
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